
RIDERE
Casissimi amici, trovate qui sotto una sintesi delle numerose provocazioni emerse nella serata di Officina improntata sul verbo “Ridere” tenuta venerdì 19 Marzo.
Alla base di questi pensieri c’è stata una vera e propria ESPLOSIONE di riferimenti: da “Amici miei” a “La grande abbuffata”, da Aristotele a Pirandello, da Cochi e renato a saggi di psichiatria, da testi di Fabio Volo ai vari “stupidari” compilati da integerrimi impiegati bancari.
Per rimanere in tema… divertitevi!
* Il ridere è caratterizzato da immediatezza, istantaneità. Una risata non si pianifica (non posso affermare “tra 5 minuti riderò”). Sgorga in maniera fulminea. E’ scatenata da un singolo, rapidissimo evento. Magari legato a una serie di cose, magari è il frutto di una lunga semina (preparare il terreno alla risata).
Ridere è uno stravolgimento comico e istantaneo della realtà. Scaturisce da una sovversione dell’ordine naturale delle cose. Mi fa ridere qualcosa che modifica in modo buffo ciò che mi circonda. Ciò che mi fa ridere ha dato una svolta alla realtà, ha scombussolato le mie previsioni che avevo sul secondo successivo a questo.
Ridere può anche nascere da una ricostruzione della realtà che esula completamente dalla “normalità”; proprio questo fa ridere: che qualcuno veda la realtà in modo così diverso dal mio.
* La risata necessita di un aggancio a dei riferimenti condivisi. Ridere è un fatto personale, anche se avviene in gruppo. Proprio perché il ridere è uno stravolgimento della MIA realtà, esso dipende da come la MIA realtà è formata. Da quali agganci. A volte capita di sganasciarsi dal ridere con un amico, rivangando vecchi episodi scolastici, oppure scene di film viste insieme. Non tutti possono ridere di queste cose. Occorre avere CONDIVISO UN’ESPERIENZA o comunque avere riferimenti comuni.
* Si può ridere di tutto? Qualcuno pensa di sì. Qualcuno pensa che la risata sia un modo per uscire da qualsiasi situazione. La risata può essere una fuga dalla realtà (proprio perché parte da uno stravolgimento), un mezzo per spingere sempre più in basso il dolore.
In questo caso si può ricercare la risata ad ogni costo. Forzarla. E’ ancora ridere?
Altre volte il ridere diventa un gesto cinico, da iena ridens.
Oppure si (de)ride delle disgrazie, anche per esorcizzarle, per non arrendersi alla tristezza.
* Quali parole fanno ridere? Ci sono barzellette. Intere e lunghe storie. Freddure (“ciclope strabico”).
A volte la risata può nascere anche da qualcosa che non ha senso (risata dal “non sense”)
* La risata è segno di leggerezza del cuore.
Nei ricordi, vorremmo sempre che la gente sorrida ? “cheese” delle foto. Non si fanno volentieri foto ad una persona triste.
La risata più bella è quella dei bambini.
* Da ragazzi ci si sganascia dal ridere. Man mano che si diventa adulti, questa capacità sembra perdersi per strada. Ci si arrende alle banalità, che non fanno ridere di gusto.
Può quindi esserci un decadimento del “saper ridere”. Ci si accontenta di una “felicità lieve”.
Una cosa che genera felicità indipendentemente dall’età è l’innamoramento. L’innamoramento è un varco per la felicità. In questo stato di grazie si riescono a cogliere tutte le sfumature felici della vita.
* Ciò che fa sempre ridere è l’equivoco. Suscita una risata spontanea. Anche gli errori altrui, soprattutto quelli linguistici, sono fonte di sane e crasse risate. A volte, chi viene deriso si difende affermando di aver raggiunto un livello di comunicazione più efficace. Questo perché nonostante l’errore, il messaggio è arrivato al destinatario ed è stato compreso e recepito con forza, proprio grazie all’errore.
Ma allora la lingua evolve verso gli errori?
* Ridere è la rottura di uno schema “serioso”. Ridere necessita del crollo di qualcosa di serio. Il nostro sistema educativo è focalizzato a insegnare ai ragazzi a “rimanere seri”.
* Ridere è un moto dello spirito. Non per nulla, ciò che fa ridere è definito “uomoristico”, cioè dell’umore (= spirito). ? lo “humor”
* Il ridere è stato protagonista della sfida tra tragedia e commedia. Il ridere veniva accostato alla menzogna. Addirittura è stato considerato pericoloso per la fede, poiché il ridere elimina la paura e quindi la fede (sotto l’ipotesi che la fede si regga sul timore).
A ben guardare, però, si può sempre ravvisare commedia nella tragedia e viceversa (cfr. differenza tra “comico” e “umoristico” in Pirandello).
Piangere e ridere sembrano quindi avere la medesima matrice. Rappresentano la sintesi della vita. La Tragedia e la Commedia non fanno altro che esaltare uno solo dei due aspetti che tengono insieme l’esistenza.